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Tumori: l’indagine, malati spendono quasi 2mila euro a testa per carenze e ritardi SSN

Tumori: l’indagine, malati spendono quasi 2mila euro a testa per carenze e ritardi SSN

Roma, 14 apr. (Adnkronos Salute) – Una spesa media che sfiora i 2.000 euro all’anno. Tanto sborsano, a testa, i malati di cancro per effettuare esami diagnostici e visite specialistiche, sottoporsi a terapie salvavita o ottenere trattamenti come la psicoterapia e il supporto nutrizionale, che concorrono ad aumentare i tassi di sopravvivenza e la qualità di vita. In molti casi sono costretti a curarsi a centinaia di chilometri da casa, con un maggiore aggravio economico per le tasche loro e delle famiglie. E’ quanto emerge dalla II edizione dell’indagine “I costi sociali del cancro: valutazione di impatto sociale ed economico sui malati e sui caregiver”, promossa dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo) e realizzata da Datamining, in collaborazione con l’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), l’Istituto nazionale tumori di Milano e quello di Napoli.

L’indagine svela una realtà purtroppo nota alle famiglie italiane che convivono con una persona malata di tumore. Le persone si ritrovano, più di prima, a dover pagare tali prestazioni di tasca propria, dando la precedenza soprattutto a quelle legate alla diagnosi precoce e ad alcuni trattamenti. Ma trascurando, a causa delle difficoltà economiche, quelle più legate alla qualità di vita.

L’indagine, pubblicata su “The European Journal of Health Economics” e presentata in conferenza stampa alla Camera, ha coinvolto quasi 1.300 pazienti in trattamento terapeutico dopo aver ricevuto una diagnosi tra il 2011 e il 2018. Dalle risposte dei pazienti alle 38 domande poste per quantificare le spese (mediche e non) sostenute per colmare carenze e ritardi del Ssn, è emerso dunque che in media ogni paziente oncologico italiano spende ogni anno 1.841 euro per prestazioni che dovrebbero essere a carico dei servizi sanitari regionali. La voce più pesante è quella relativa agli esami diagnostici (riportata dal 51,4% degli intervistati). A seguire: il costo dei mezzi di trasporto (45,1%), le visite specialistiche successive alla diagnosi (45,1%), l’acquisto di farmaci non oncologici (28,5%) e le spese per l’alloggio lontano dalla propria residenza (26,7%).

L’indagine ha evidenziato inoltre che a incidere sulla spesa per la diagnostica (in media 259 euro all’anno) potrebbero essere anche esami prescritti in maniera inappropriata. Esami che, non essendo ritenuti necessari in una valutazione che incrocia i costi e i benefici, vengono lasciati a carico dei pazienti. Tra le altre voci di spesa rilevate più di frequente, infine, ci sono l’erogazione di trattamenti di supporto psicologico, i consulti con il nutrizionista, l’acquisto di protesi, parrucche e sedie a rotelle e le visite a domicilio effettuate da medici e infermieri.

A pagare le prestazioni di tasca propria sono soprattutto i pazienti che vivono nelle Regioni del Centro e del Nord del Paese. Nell’ampio ventaglio degli oncologici, inoltre, ad attingere maggiormente ai propri risparmi sono soprattutto quelli che affrontano la ripresa di una malattia diagnosticata anni prima: se nelle prime fasi di cura i malati riescono a beneficiare maggiormente dell’offerta del Ssn, questo accade meno di frequente nelle fasi successive della malattia.

“I malati sono consapevoli che le lunghe attese incidono pesantemente sui ritardi diagnostici e si ritrovano obbligati a ricorrere al privato per superarle. L’auspicio è che questi dati – commenta Francesco De Lorenzo, presidente Favo e Aimac – convincano i decisori politici a intervenire con immediatezza, per evitare che a fare le spese di queste disfunzioni siano le fasce più deboli della popolazione. I pazienti più vulnerabili sono anche coloro che più spesso mettono mano al proprio portafoglio per curarsi: è necessario rafforzare la medicina territoriale, anche in campo oncologico. Le cure più avanzate è giusto che vengano svolte nei centri di riferimento. Ma una volta superata la fase acuta della malattia, il resto va fatto principalmente sul territorio. I pazienti con una malattia avanzata, anche quando non guariscono, hanno diritto a una vita dignitosa – rimarca – in linea con le opportunità terapeutiche attuali e alla migliore qualità della vita possibile”.