Le convulsioni febbrili rappresentano uno degli eventi più spaventosi che un genitore possa trovarsi ad affrontare nei primi anni di vita di un bambino. Si manifestano all’improvviso, spesso durante un episodio febbrile apparentemente comune, e colpiscono soprattutto tra i 6 mesi e i 5 anni. Il corpo che si irrigidisce, gli scatti involontari degli arti, lo sguardo fisso o assente sono immagini che restano impresse e che generano paura, senso di impotenza e mille domande. Eppure, nella grande maggioranza dei casi, le convulsioni febbrili sono benigne, non lasciano conseguenze e non indicano una malattia neurologica cronica.
Capire cosa sono davvero le convulsioni febbrili, perché si verificano e soprattutto cosa fare subito è fondamentale per affrontare l’episodio con maggiore lucidità. Informazione corretta e consapevolezza aiutano a distinguere ciò che è urgente da ciò che non lo è, evitando reazioni istintive che possono essere inutili o persino dannose. Parlare di convulsioni febbrili in modo chiaro significa anche ridurre lo stigma e la paura che spesso circondano questo evento, ancora poco compreso nonostante sia piuttosto frequente in età pediatrica.
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Cosa sono le convulsioni febbrili
Le convulsioni febbrili sono crisi convulsive che si verificano in concomitanza con la febbre, in assenza di infezioni del sistema nervoso centrale o di epilessia. La febbre non deve necessariamente essere altissima: in molti casi è il rapido aumento della temperatura corporea a scatenare la crisi, o viceversa un abbassamento repentino, più che il valore assoluto misurato dal termometro.
Dal punto di vista clinico, le convulsioni febbrili si distinguono in forme semplici e complesse. Le prime sono le più comuni: durano pochi minuti, non si ripetono nelle 24 ore e coinvolgono tutto il corpo. Le forme complesse, invece, possono essere più lunghe, ripetersi nello stesso episodio febbrile o interessare solo una parte del corpo. Questa distinzione è importante perché orienta il pediatra nelle valutazioni successive, ma non deve trasformarsi in un motivo di allarme immediato per i genitori.
Le convulsioni febbrili non sono epilessia. Non indicano un danno cerebrale e, nella maggior parte dei casi, non aumentano il rischio di sviluppare disturbi neurologici nel futuro.

Perché si verificano durante la febbre
Il cervello dei bambini piccoli è ancora in fase di maturazione e risulta più sensibile agli sbalzi di temperatura. Quando la febbre sale rapidamente, il sistema nervoso può reagire con una scarica elettrica anomala, che si manifesta come crisi convulsiva. Non è la causa della febbre, che può essere una semplice infezione virale, a determinare la convulsione, ma la risposta individuale del bambino.
Esiste anche una componente genetica: i bambini che hanno un familiare di primo grado che ha avuto convulsioni febbrili presentano un rischio maggiore di sperimentarle. Questo non significa che l’evento sia inevitabile, ma aiuta a spiegare perché alcuni bambini ne siano colpiti e altri no, pur avendo febbre simile.

Come riconoscere una crisi convulsiva febbrile
Durante una crisi di convulsioni febbrili, il bambino può perdere conoscenza, irrigidirsi o avere scosse ritmiche degli arti. La respirazione può sembrare irregolare e le labbra possono assumere una colorazione bluastra, un dettaglio che spaventa molto ma che nella maggior parte dei casi è transitorio. Spesso gli occhi sono rivolti verso l’alto o fissi nel vuoto.
Dopo la crisi, il bambino appare stanco, confuso o molto assonnato. Questa fase, chiamata periodo post-critico, può durare da pochi minuti a un’ora ed è una risposta normale dell’organismo.

Cosa fare subito in caso di convulsioni febbrili
Sapere cosa fare subito è il punto chiave per gestire le convulsioni febbrili in modo corretto. La prima regola è mantenere la calma, per quanto difficile possa sembrare. Il bambino va adagiato su un fianco, su una superficie sicura, per evitare che possa aspirare saliva o vomito. È importante non inserire nulla in bocca e non cercare di bloccare i movimenti.
Misurare la durata della crisi, anche approssimativamente, è utile per riferire informazioni precise al medico. Una volta terminata la convulsione, si può intervenire sulla febbre con i farmaci antipiretici già prescritti dal pediatra e con modalità di raffreddamento adeguate, evitando rimedi improvvisati.
È necessario chiamare il 118, il numero di emergenza unico europeo 112 o recarsi al pronto soccorso se la crisi dura più di cinque minuti, se si ripete nello stesso episodio febbrile, se il bambino ha meno di sei mesi o se non recupera uno stato di coscienza adeguato. In generale, in caso di panico, può essere utile chiamare i soccorsi anche per la semplice gestione della crisi a casa.

Diagnosi e controlli successivi
Dopo un episodio di convulsioni febbrili, il pediatra valuterà la situazione clinica complessiva. Nelle forme semplici, spesso non sono necessari esami invasivi. La visita serve soprattutto a identificare la causa della febbre e a escludere condizioni più serie.
Gli esami strumentali vengono riservati a casi selezionati, quando il quadro clinico lo suggerisce. Questo approccio prudente evita accertamenti inutili e riduce l’ansia della famiglia.
Un aspetto che preoccupa molto i genitori riguarda la possibilità che le convulsioni febbrili si ripetano. Circa un terzo dei bambini può avere una recidiva, soprattutto se il primo episodio è avvenuto in età molto precoce. Tuttavia, anche in caso di recidiva, la prognosi resta favorevole.
Il rischio di sviluppare epilessia in seguito a convulsioni febbrili è basso e riguarda una minoranza di casi, spesso associati ad altri fattori di rischio preesistenti.

Prevenzione e gestione della febbre
Non esiste un modo certo per prevenire le convulsioni febbrili. Trattare tempestivamente la febbre può aiutare il benessere del bambino, ma non garantisce l’assenza di crisi. L’obiettivo principale resta quello di gestire correttamente la febbre e di essere preparati ad affrontare l’eventualità di una convulsione senza panico.
Dopo il primo episodio di convulsioni febbrili, molti genitori vivono con la paura costante che possa accadere di nuovo. Parlare apertamente con il pediatra, ricevere spiegazioni chiare e sapere come intervenire riduce notevolmente l’ansia. La conoscenza trasforma un evento traumatico in una situazione gestibile, permettendo alla famiglia di ritrovare serenità.